Articolo su THE NATION di Huwaida Arraf, 17 luglio 2009

Il mese scorso ho guidato un gruppo di ventuno attivisti per i diritti umani su una barca da Cipro per fronteggiare il blocco navale Israeliano della Striscia di Gaza. Trasportavamo medicine, giocattoli, alberelli di olivo, attrezzi da lavoro, un sacco di 50 chili di cemento e materiale scolastico, sul nostro piccolo traghetto.

Alle 2 di mattina, del 30 giugno, dopo circa 18 ore di un viaggio di 230 miglia, un collega mi ha svegliato. La Marina Israeliana chiamava via radio VHF : "State navigando verso un'area bloccata. Quindi vi ordiniamo di cambiare rotta. Se non lo fate, saremo obbligati ad usare ogni mezzo necessario per fermarvi."

(per leggere questo articolo per intero, vi preghiamo di cliccare sul titolo)

Agitata, visto che una barca precedente era stata pericolosamente speronata in mare, a dicembre, dai militari Israeliani, ho replicato : "Marina Israeliana, parla Arion (il nome registrato della nostra barca). Siamo ventuno civili disarmati che trasportano aiuti alla popolazione Palestinese di Gaza. Qualsiasi blocco di Gaza è illegale e dal momento che siete la forza occupante nel territorio, siete responsabili della salute della popolazione civile di quel territorio. Siccome la nostra barca, la nostra merce e i ventuno civili a bordo non costituiscono nessun tipo di minaccia per Israele o le sue forze armate, siete obbligati a farci passare. Procediamo verso Gaza. Non usate la forza contro di noi."
Poco dopo hanno disabilitato il nostro sistema di navigazione per circa quattro ore, mentre gli avvertimenti continuavano. Nel corso dell' "ultimo" avviso, la marina Israeliana ha minacciato di aprire il fuoco. "Marina Israeliana, siamo civili disarmati; non usate la forza contro di noi. Non sparate." Non ci siamo fermati.

Siamo stati abbordati con la forza. Prima che fossimo separati, ho visto le forze della Marina afferrare mio marito al collo, Adam, un documentarista che ha realizzato filmati dalla Palestina al Darfur. Più tardi ho saputo che fuori dalla mia vista, questi pirati omologati dal governo, hanno preso a pugni Adam per riuscire a sottrarre la videocamera che teneva stretto.
Anche se so che non deve essere stato facile per lui, Adam non ha replicato alle percosse. E' stato un atleta multidisciplinare alle scuole superiori, ha battuto Manny Ramirez ed è uno di quei rari individui che riescono a trasporre l'intensità di un giocatore di football in una battaglia pacifista. Come tutti noi, Adam continua a scegliere azioni non violente per resistere all'occupazione militare di Israele.

Nonostante nel suo discorso al mondo, dal Cairo, Il Presidente Obama avesse fatto una esortazione implicita alla nonviolenza come mezzo per fronteggiare l'occupazione Israeliana, l'amministrazione Obama non ha fatto alcuna dichiarazione pubblica in nostro favore, e non l'ha fatta neanche tre mesi fa, quando il mio caro amico, Bassem Abu Rahme è stato ucciso nel corso di una protesta non violenta contro l'espansionismo Israeliano in Cisgiordania, che minaccia di distruggere il suo villaggio di Bil'in.

Forse siamo stati politicamente inetti. Se fossimo partiti in direzione dell'Iran per offrire assistenza ai civili che protestavano lì, saremmo stati delle celebrità, se il governo Iraniano ci avesse arrestato. Comunque l'Iran, nonostante tutti i guai, non è sotto occupazione straniera come lo è la Palestina. Inoltre, osservando le dimostrazioni in Iran, non ho potuto fare a meno di notare le similitudini con la resistenza non violenta dei Palestinesi all'occupazione Israeliana. Non so quante volte ho marciato pacificamente, sventolando una bandiera e chiedendo la libertà per il mio popolo, avendo come armi solo la mia voce e la mia presenza. E con tristezza, non so quanti amici ho perso, uccisi dalle forze Israeliane, mentre dimostravano per la libertà, senza usare violenza, come Neda Agha-Soltan in Iran, tutto ciò sta diventando un peso troppo grave nel mio cuore.

I miei colleghi ed io abbiamo investito molto tempo ed energie in questo viaggio difficoltoso, abbiamo rischiato la nostra vita perchè troppo a lungo la comunità internazionale è stata complice dei crimini Israeliani contro la popolazione Palestinese. Troppo a lungo i diplomatici e i leader nel mondo hanno fatto promesse a vuoto riguardo i diritti umani dei Palestinesi. Troppo a lungo si è chiesto al popolo Palestinese di aspettare, aspettare in coda ai checkpoints, apettare i processi di pace, aspettare che si riconoscano loro i diritti , aspettare la libertà.
Gli studenti che ho incontrato nel corso di uno dei recenti viaggi di successo a Gaza, certamente non avrebbero voluto aspettare per finire lentamente soffocati e veder fallire i propri sogni. Erano così disperati di non poter uscire dal proprio confino a Gaza e seguire un'educazione scolastica superiore all'estero, da chiederci di portarli in acque internazionali e loro avrebbero nuotato fino a Cipro. Questa è follia giovanile, ma indicativa di come siano in trappola le persone a Gaza oggi.

Sono nata libera negli Stati Uniti. I miei parenti sono emigrati lì perchè sapevano che non sarei mai stata libera nella mia patria. Oggi uso la mia libertà per combattere, come Palestinese, per i miei amici e parenti che sopportano il giogo di un'occupazione, oppressione, discriminazione, esilio, internamento e apartheid.
Molti Palestinesi nei territori occupati non hanno vissuto neanche un giorno liberi dall' occupazione Israeliana, e i Palestinesi cittadini Israeliani continuano a vivere come minoranza discriminata. Proprio qualche giorno fà, il ministro per gli alloggi Israeliano, Ariel Atias, ha dichiarato: Possiamo avere i cuori spezzati, ma penso che sia inopportuno [per Ebrei e Palestinesi] che vivano insieme [in Israele]."

Questo è Israele a cui gli Stati Uniti regalano fondi per miliardi ogni anno. Con la leadership del Presidente Obama, ma se è per questo, con qualsiasi Presidente Americano, non ha senso sostenere questo tipo di bigottismo grezzo ed è antitetico alla maggior parte dei nostri amati principi. Eppure, quando i leader Israeliani si esprimono con questo linguaggio così spregevole, sono ignorati. Quando i soldati Israeliani sparano armi letali contro persone che protestano disarmate e pacifiche, troppo spesso sono ignorati. Quando le barche della marina Israeliana diventano navi pirata - abbordando un'imbarcazione che non rappresenta nessuna minaccia, arrestando e picchiando cittadini Americani - sono ignorate.

Tutto ciò è ignorato e Israele continua a godere della protezione degli Stati Uniti e a presentare se stesso come faro di moralità per il mondo. Ma la mia generazione trova che sia razzista un linguaggio come quello di Atias, e trova abominevoli le azioni conseguenti a tale modo di pensare obsoleto.

Troviamo inaccettabile il fatto che si chieda ancora ai Palestinesi di aspettare, di migliorare il nostro modo di gestirci ed essere pazienti mentre cerchiamo di ottenere, per noi stessi, gli stessi diritti che sono scontati per persone altrove. Con la quarta generazione nata nei campi rifugiati, con la nuova generazione a Gaza che diventa sempre più povera e più disperata dell'ultima, con la mia terra che viene incisa, e divisa in pezzi e circondata da mura per l'esclusivo beneficio di un solo gruppo etnico-religioso, io dico che non possiamo aspettare.

La questione che il mondo deve affrontare ora non deve essere più spremere da qualche parte uno Stato Palestinese. L'unica questione rilevante è come restituire immediatamente la libertà a 10 milioni di Palestinesi. Non devono esserci altre attese, altre prevaricazioni, altre negoziazioni attorno ad un semplice, splendido concetto umano : la libertà.
Noi saremo liberi. Il Presidente Obama può velocizzare il processo mettendo pressione su Israele, o può mettersi da parte in un processo che durerà i prossimi otto anni. Ma prima o poi, comunque, l'assoggettamento ad Israele sarà sconfitto. La situazione attuale non è sostenibile. In due stati oppure in uno stato solo, ma con eguali diritti per tutti, come in Sudafrica e come negli Stati Uniti, noi otterremo comunque la nostra libertà. Quello che il Sudafrica ha rappresentato per gli studenti negli anni '80, lo sta diventando rapidamente la Palestina ora, per le nuove generazioni di giovani che provano sempre maggiore repulsione per il sistema legale doppio di Israele, per la sua dominazione su un altro popolo e per l'attuale confinamento di un milione e mezzo di Palestinesi in una piccola porzione di terra a Gaza.

Quindi, si, questa era solo una piccola barca umanitaria per Gaza. Ma la reazione a mano pesante di Israele dimostra quanto sia alta la posta in gioco e quanto diventi vacillante la presa di Israele su un altro popolo quando i cittadini del mondo parlano e prendono iniziativa, anche se i governi non lo fanno.

 

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